LA GIOSTRA DEL KARMA – …vita dopo vita…

Mi appresto qui ad aprire un tema particolarmente importante per la mia ricerca, quello della legge del Karma che fa si che si viva un eterno presente, reiterato infinite volte attraverso innumerevoli frammenti di specchio, fino al superamento della propria personale prova e all’apprendimento della relativa lezione che l’anima, evolvendosi, è tenuta ad apprendere.

Tutto è vibrazione i diversi fenomeni dell’universo si distinguono uno dall’altro soltanto attraverso il grado di vibrazione ma tutti ubbidiscono alla medesima legge della vibrazione.

Per aprire questa riflessione prendiamo in considerazione il ritmo veglia-sonno.

Così, come con certezza all’inspirazione segue l’espirazione, così, allo stato di veglia segue con certezza il sonno, e il sonno a sua volta richiama dopo qualche tempo il suo polo opposto, la veglia.

Un proverbio popolare dice il sonno è “il fratello minore della morte” e questa formulazione rivela la capacità di pensare per catene analogiche verticali: vita e morte sono anche esse un ritmo, come inspirazione ed espirazione, veglia e sonno, è solo la dimensione maggiore che rende difficile all’uomo di rendersene conto: l’esperienza conferma anche qui la validità della legge in base alla quale un polo produce per forza il suo polo opposto, la vita produce la morte, l’unica cosa certa quando nasce un essere vivente è che un giorno morirà, la morte segue la vita con la stessa sicurezza con cui l’espirazione segue l’inspirazione.

Ma in base alla medesima legge la morte produce nuovamente la vita. Vediamo così che l’alternanza di vita e morte produce lo stesso ritmo dell’alternanza di veglia/sonno/veglia…e così via, vita e morte sono polarità che con il loro incessante alternarsi configurano l’esistenza di tutto ciò che esiste, tutte le forme di manifestazione ubbidiscono a questa legge dell’oscillazione: le maree, le stagioni, l’elettricità, i periodi di guerra di pace, le parti del giorno, ovunque si manifesta il medesimo gioco ritmico dell’alternanza polare,  perché mai proprio la polarità  vita-morte dovrebbe costituire un’eccezione? 

Perché mai una legge dimostrabile ovunque dovrebbe bloccarsi proprio davanti al fenomeno vita?

Questo passaggio ritmico dell’anima attraverso la vita e la morte è stato da sempre definito trasmigrazione delle anime o reincarnazione. Anche all’orifine dell’occidente, Platone, tra i padri della nostra filosofia, sapeva che era vero. 

Dico volutamente sapeva, invece di credeva, perché la reincarnazione, come ogni Verità universale, non è una questione di fede bensì una questione di conoscenza.

La realtà si dimostra da sola attraverso la sua stessa esistenza e non ha bisogno di prove esterne. 
La prova esterna funzionale, che molti auspicano a sostegno delle argomentazioni scientifiche, è il maggior nemico del sapere in quanto vuole costringere gli altri alla fede. 
Le parole “io l’ho dimostrato” sono sinonimi di “tu mi devi credere”, la verità però non ha bisogno di alcuna prova perché non è oggetto di fede.

Per questo Gesù non ha mai detto “io so la verità, io vi insegno la verità è voi mi dovete  redere, ma ha detto sempre e soltanto “Io sono Verità.”

La verità opera nell’ esperienza di ognuno creando gradualmente la conoscenza. Chi sa, non ha bisogno di credere, e non ha quindi bisogno di prove. Chi sa, diventa la Verità che conosce.

Un’affermazione come per esempio “con la morte tutto finisce” ha bisogno invece di essere dimostrata perché non rientra nella verità e non può di conseguenza entrare a far parte dell’esperienza.

Nell’ambito della realtà non esiste campo in cui la natura riveli processi che finiscono improvvisamente nel nulla: la prima legge dell’energia, fondamento della fisica, è che l’energia non si crea e non si distrugge, ma solo si trasforma.

Noi definiamo l’anima come coscienza e sappiamo che questa coscienza dell’Io consente una continuità nonostante la costante trasformazione del corpo materiale che, attraverso i molti decenni della sua vita, sperimenta tenacemente se stesso come il medesimo Io. La continuità dell’identità permane peraltro non solo durante gli anni dell’esistenza terrena ma in tutto il ritmo universale, le fasi del quale, noi definiamo vita e morte.

È l’Anima che mutando involucro corporeo raccoglie esperienze sulla terra, per vivere poi una fase di compensazione sganciata dalla materia; questa fase noi la chiamiamo morte.

Morte non è non essere, ma semplicemente un altra forma di esistenza, il polo opposto di vita. Morire quindi non è altro che varcare quella soglia che separa i due regni dei viventi e dei morti. Di solito noi chiamiamo la sfera di vita umana corporea “aldiqua” e definiamo “aldilà” il regno sconosciuto dei morti.

Aldiqua e aldilà non sono spazialmente diversi ma sono paragonabili a livelli diversi di percezione o di coscienza. Come “il paese dei sogni” non costituisce una differenza geografica dalla nostra realtà, così il cosiddetto aldilà dipende in primo luogo dalla nostra soglia di percezione.

La legge di polarità insegna che dato che esiste qualcosa che noi definiamo aldiqua deve esistere anche come polo opposto un aldilà.

Questa definizione è adeguata al punto di vista di una persona vivente: una volta che ha superato la soglia della morte ed è arrivata all’aldilà, improvvisamente, e automaticamente, l’aldilà  diviene per lei l’aldiqua, perché il luogo in cui ci si trova non può essere definito altro che aldiqua.

Il piano corporeo al quale questa persona ora non appartiene più è adesso,  per lei, l’aldilà, la morte diviene in questo modo un’esperienza soggettiva, la cui oggettività dipende dalla polarità. Solo la nostra coscienza polare ci costringe a fare esperienza della vita esterna nei limiti e nell’ambito della polarità,  della vita e della morte, così come per un osservatore sulla Terra il sole tramonta all’orizzonte al tempo stesso in cui, per un altro osservatore, in un altro punto della Terra, sta sorgendo, sebbene il sole stesso non sperimenti  affatto albe e crepuscoli, in quanto in realtà non sorge e non tramonta.

Lo stesso avviene con la nascita e con la morte, quello che dal nostro punto di vista di Uomini è la morte è, da un altro punto di vista, la nascita. Una morte nell’aldilà, invece, viene festeggiata da noi uomini terreni con la nascita di un bambino.

Chi si libera un po’ dalla soggettività delle manifestazioni si rende conto che aldiqua e aldila, nascita e morte, sono in ultima analisi la stessa cosa. Soltanto nella nostra coscienza polare l’unità si divide in opposti, la contemporaneità diviene successione. L’anima uscita dall’unità aspaziale e atemporale, per amore di conoscenza, deve attraversare il buio del mondo materiale e imparare nel corso dell’esistenza temporale soggettiva ad evolversi e a divenire più consapevole, sempre in vista dello scopo di concludere il suo ciclo e di tornare all’unità originaria. Questo cammino dell’anima sulla terra è una via di apprendimento e ubbidisce a queste leggi, tale processo di apprendimento, la cui meta è la perfezione, è una strada lunga, richiede molti passi, comprende molti errori e anche molte correzioni: la catena delle incarnazioni, che a noi uomini appare quasi infinita, è l’unica che garantisca un successo finale.

Così le singole incarnazioni sono paragonabili alle diverse classi di un determinato tipo di scuola, quella che noi chiamiamo vita terrena corrisponde a una classe con i suoi compiti, i suoi problemi, le sue difficoltà, i suoi successi e i suoi insuccessi, a questo periodo di apprendimento segue un periodo di ferie in cui, a volte, processi di apprendimento carenti o trascurati, devono venire ripetuti dopo le ferie.

Oppure si accede ad una nuova classe. Si tratta ora di vedere quanto del mondo, del molto materiale appreso nell’ultima classe, è stato integrato nella coscienza: in base a questo si viene immessi nella classe successiva oppure si deve ripetere la medesima classe. Il destino (che è sempre una nostra scelta) lavora in base al medesimo principio: l’unica differenza è la sua infinita pazienza che offre all’uomo possibilità sempre nuove di imparare un’altra volta quello che non ha ancora appreso e di compensare gli errori.

 Vivere significa imparare, indipendentemente dal fatto che il singolo l’accetti oppure no, il destino si incarica, con giustizia assoluta, di far sì che ognuno impari proprio quello che deve e ha scelto, che spesso è ciò che meno vuole accettare e a cui oppone la massima resistenza. Il destino  (nostra scelta), diviene comprensibile nella sua totalità, solo se teniamo conto della reincarnazione; se si considera una vita isolatamente ci sarebbe da dubitare della significatività e della forza del destino, e infatti molti dubitano e si disperano nel ruolo di vittime.

È evidente infatti che non tutti gli uomini,  hanno la medesima linea di partenza.
Sia che lo si consideri da un punto di vista religioso o ateo: è abbastanza difficile spiegare a qualcuno, senza ricorrere alla consapevolezza della reincarnazione, come mai proprio lui sia muto, paralizzato, fragile di salute, figlio di delinquenti, etc etc etc…

È  infatti abbastanza difficile scorgere in queste differenze tra sani e ammalati, fortunati e sfortunati, re e perseguitati, un briciolo di significato. La vita senza comprendere il significato e il fine a cui le cose, anche le più dure ci conducono, è insopportabile per l’uomo.

Solo quando l’uomo è pronto a sciogliere la sua vita dall’isolamento dell’unicità e a considerarla un anello di una lunga catena, è in grado di riconoscere il significato e la fondamentale giustizia del “destino”.  Infatti il destino di una vita è il risultato del processo di apprendimento vissuto fino a quel momento nella sua globalità. La presa di coscienza e di consapevolezza è la via della trasformazione e della guarigione.

 E non c’è altra via.

Questo rapporto tra le azioni del passato è l’attuale decorso del destino si chiama in generale Karma.

Il karma è la legge che fa si che l’uomo venga confrontato di nuovo col medesimo tipo di problema sino a che, attraverso il suo modo di agire, il problema non viene risolto e accettato come espressione di una legge.

Questo rende ogni azione e anche ogni pensiero immortale, perché tutte le azioni e pensieri aspettano solo di essere compensati da un movimento contrario.

La legge del karma esige  dall’uomo l’assunzione della piena responsabilità del proprio destino.  Il rifiuto di tanta gente della presa di coscienza (soprattutto in occidente fino ad oggi) è, in ultima analisi, ben comprensibile: infatti ci si è dati tanta pena per costruire teorie, apparentemente in modo così perfetto, per liberare l’uomo dalla propria libertà personale e proiettare la colpa sulle società, sulle malattie, sulla cattiva sorte, su un nemico esterno a noi etc etc. 

L’alternanza continua di vita corporea e morte è l’ingrandimento del ritmo giorno-notte.
Quando noi ci svegliamo la mattina, per dare inizio a un nuovo giorno, questo nuovo giorno e davanti a noi intanto è vergine, e dipende da noi utilizzarlo e configurarlo in un modo o nell’altro.

D’altro canto però questo nuovo giorno è determinato da quello che abbiamo fatto e vissuto nei giorni precedenti.

Questo reciproco influsso tra passato e nuove possibilità di ogni giorno, può essere trasposto per analogia ad ogni “nuova vita”.

Certamente ogni nuova vita è una nuova chance, contiene tutte le possibilità ed è tuttavia soltanto la conseguenza della catena delle incarnazioni finora vissute: rispecchia i problemi, gli errori, le conoscenze con cui ci siamo fino a quel momento confrontati. Proprio come una persona all’inizio di un nuovo giorno non può cancellare le azioni, i pensieri e gli avvenimenti dei giorni precedenti, così anche l’uomo, ad ogni nuova incarnazione, non può buttare al mare il passato, ma deve continuare a tessere il filo che ha fino a questo momento tessuto.

L’uomo ad ogni incarnazione, inizia esattamente al livello di evoluzione raggiunto e trasforma il sapere concreto in maturità, capacità e disponibilità a conoscere.

Tutto quello che abbiamo imparato nella catena delle nostre incarnazioni si rispecchia nella maturità e nel livello di coscienza con cui la persona nasce. Da questo derivano le differenze di intelligenza, maturità umana, abilità, eccetera.

La psicologia continua a discutere sul problema se l’intelligenza sia acquisita o ereditata, la risposta è: ne l’ una ne l’altra. L’anima porta con sé un determinato livello di evoluzione, e questo non ha niente a che vedere né con l’ereditarietà, ne col tanto spesso chiamato in causa influsso dell’ambiente. Gli uomini non sono tutti uguali, anche se oggi l’uguaglianza viene proclamata ogni momento. Insieme alla teoria del “peace and love” vuota e fine a se stessa. Uguaglianza non ha niente a che fare con la giustizia – il pensiero gerarchico non è sinonimo di dittatura.

Se le diverse incarnazioni corrispondono alle diverse classi di una scuola analogamente diversi uomini appartengono a diverse classi di apprendimento e a nessuno verrebbe in mente di tormentare un alunno della terza elementare col calcolo integrale.

 Ognuno ha i suoi compiti e i suoi problemi proporzionati al livello al quale si trova. Non esistono problemi oggettivi e di conseguenza non potranno mai esserci soluzioni di validità assoluta.

Troppo facilmente si dimenticano i diversi livelli di coscienza degli uomini e questo viene fatto ogni volta che si tenta di rendere accessibile a tutti un determinato problema e si va alla ricerca di soluzioni valide per ognuno. In tutti i campi. Per questo l’esoterismo non svolge e non ha mai svolto attività missionaria e non fa proseliti, anzi se ne guarda bene.

Proprio perché chi ha coscienza esoterica conosce bene i diversi livelli di evoluzione dell’uomo.
L’esoterismo è sempre soltanto un offerta per coloro che scoprono da soli la propria affinità.

La differenza tra i singoli individui è il risultato delle esperienze fatte nelle precedenti incarnazioni.  L’uomo non dimentica nulla di ciò che è essenziale viene dimenticato soltanto l’ambito concreto in cui sono state fatte le esperienze, ma questo non ha alcuna importanza.

L’oblio delle incarnazioni precedenti non è certamente uno sciocco errore della natura ma ha lo scopo di liberare la coscienza da pesi inutili e di rendere più facile la ricezione del qui e ora. Io non credo affatto che sarebbe meglio che ciascuno potesse abbracciare con lo sguardo la totalità delle proprie incarnazioni: non tutti possono farlo, ma solo alcuni.

Certe conoscenze sono adatte sempre e soltanto ad un determinato livello di evoluzione.
La via esoterica della dilatazione di coscienza non è un’area naturale ma un prodotto dell’evoluzione e della conoscenza umana. Questo processo evolutivo costituisce appunto il compito dell’uomo e lo porta a redimere se stesso e il cosmo.

E altresì certo che, se una persona verrà a conoscenza di precedenti incarnazioni, questo accadrà perché sarà senz’altro matura per prenderne coscienza e utilizzare quella consapevolezza per un nuovo livello di evoluzione in maniera saggia e consapevole.

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