La ricerca della causa: un illusione comune


Il significato che noi possiamo esprimere,
non è il significato eterno.
Il nome che si può pronunciare
non è il nome eterno.
” Non essere ” io definisco l’inizio del cielo e della terra.
” Essere ” definisco la madre degli esseri viventi.
Per questo andando verso il non essere
si scorge l’entità meravigliosa.
Andando verso l’essere
si trovano le limitazioni spaziali.
Entrambi sono una cosa sola quanto all’origine,
diversi soltanto per il nome.
Nell’Unità è il segreto.
Il segreto più profondo del segreto
è la porta attraverso la quale si manifestano
tutti i miracoli.
 
Lao Tse – Tao Te Ching

Apriamo una parentesi importante su quello che potremmo definire un problema basilare delle nostre consuetudini di pensiero…

È ormai ovvio per l’uomo l’interpretazione causale degli eventi e la conseguente costruzione di catene “causa-effetto” secondo un rapporto reciproco ben preciso.

La concezione causale, almeno per il pensiero occidentale, appare così illuminante e addirittura obbligata che la maggior parte delle persone, la considera una premessa necessaria del pensiero umano.

Infatti si va ovunque in cerca delle più diverse cause, sperando di ricavarne non soltanto più chiarezza sui rapporti, ma anche la possibilità di poter intervenire nei processi causali.

Domande su domande su ogni questione e ovunque si spera di scovare la vera causa e, grazie alla comprensione di essa, di poter risolvere un problema o modificare un sistema.

Ora però la causalità non è affatto così priva di problemi e scontata come potrebbe sembrare ad una considerazione superficiale.

Facciamo una premessa di ordine filosofico.

Da Aristotele in poi la concezione di causa viene suddivisa in quattro categorie:

causa efficiente, ossia la causa dell’impulso; causa materiale, cioè la causa che ha le sue basi nella materia; la causa formale, ovvero quella che dà la forma; causa finale, ossia la causa dello scopo, quella che deriva dalla meta che ci siamo prefissi.

Uno degli esempi più classici per comprendere le quattro categorie aristoteliche della causa è quello della costruzione di una casa. Per costruire una casa occorre prima di tutto l’intenzione di costruire una casa (causa finale), poi un impulso o un’energia, che si manifesta per esempio nell’investimento e nella forza lavorativa (causa efficiente), inoltre progetti (causa formale) e infine materiale come cemento, tegole, legno, ecc. (causa materiale).

Se manca una di queste quattro cause, sarà difficile riuscire a realizzare la casa.

Tuttavia il bisogno di una “somma causa”, ossia di una sorta di “causa delle cause”, porta continuamente a ridurre ad una sola categoria il concetto quadruplice di causa.

Si sono così manifestati due indirizzi con concezioni opposte.

Secondo il primo indirizzo la causa finale è la vera causa di tutte le cause.

Nel nostro esempio l’intenzione di costruire una casa sarebbe l’autentica premessa di tutte le altre cause. In altre parole, l’intenzione o lo scopo rappresenta sempre la causa di tutte le cause.

.

Questa concezione finale della causa ha fatto da base alle scienze dello spirito, da cui le scienze naturali si sono nettamente differenziate con un secondo indirizzo, quello del modello causale energetico, basato cioè sulla categoria di “causa efficiente”.

Infatti, per l’osservazione e la descrizione delle leggi naturali, la subordinazione ad un’intenzione o a un fine risultava troppo ipotetica, mentre aveva un senso l’ammissione di un impulso energetico originario.

Queste due diverse concezioni della causalità separano ancora oggi le scienze spirituali da quelle naturali e hanno reso difficile se non impossibile la reciproca comprensione.

Il pensiero scientifico causale segue la causa nel passato, mentre il modello della finalità proietta la causa nel futuro.

L’attenzione in  questo modo si concentra più sul “fine” che deve essere raggiunto nel presente, che sulla causa, che ha la propria origine nel passato, di un evento presente.

Formulata così, quest’ultima constatazione può sembrare ostica da capire – infatti come può la causa essere successiva all’effetto?

Eppure, pensandoci bene, nella vita di ogni giorno non ci si astiene affatto dal formulare questo rapporto d’azione: “Vado adesso perché il treno passa tra un’ora”, oppure: “Ho comprato un regalo perché la settimana prossima è il suo compleanno” etc…

In tutte queste formulazioni un evento futuro proietta i suoi effetti all’indietro.

Se consideriamo gli eventi della nostra vita quotidiana, vedremo che alcuni si adattano di più ad una causa energetica nel passato ed altri ad una causa finale collocata nel futuro.

Diremo per esempio: “Faccio acquisti oggi perché domani è domenica “, e: ” Il vaso è caduto perché l’ho urtato “. È però pensabile anche un doppio modo di considerare: per esempio la causa di un soprammobile andato in pezzi durante una lite coniugale potrebbe esser vista o nel fatto che è stato gettato a terra o perché si voleva far arrabbiare l’altro. E volendo applicare la legge dello specchio al vaso in frantumi, potremmo arrivare a dire che esso rappresenti in realtà lo stato dell’energia di contatto tra le due persone che stanno litigando e che, frantumandosi, indichi apertamente una via per…

Tutti questi esempi fanno capire che le concezioni causali tengono in considerazione piani diversi, che possono avere tutti la loro giustificazione. La variante energetica rende possibile la concezione di un rapporto meccanico e si riferisce così sempre a un piano materiale, mentre la causalità finale lavora con motivazioni o intenzioni, che bisogna attribuire non più alla materia, ma ai piani sottili e alla psiche.

A questo punto, mi sembra opportuno fare appello alla legge di polarità.

Allora potremmo scambiare l’o/o in un sia/sia e capire così che i due modi di considerare il principio di causalità, non si escludono, ma si completano.

La tecnologia da sola non basta per costruire gli aeroplani: ci vuole l’idea completa del volo, che deve scaturire dalla coscienza umana. Altrettanto dicasi per l’evoluzione: essa non è il risultato di decisioni o sviluppi casuali, ma la realizzazione materiale e biologica di un modello eterno.

I processi materiali spingono da un lato, la forma finale richiama dall’altro, affinché al centro possa verificarsi una manifestazione.

Ed ecco che siamo arrivati al successivo problema che questo tema presenta:

la causalità richiede come premessa la linearità, su cui può venire segnato un prima e un dopo nel senso di rapporto di azione.

La linearità dal canto suo ha come premessa il tempo, e questo in realtà non esiste.

Come sopra abbondantemente descritto, nella nostra coscienza, il tempo nasce attraverso la polarità che ci costringe a suddividere la contemporaneità dell’unità in una successione.

Il tempo è un fenomeno della nostra coscienza che noi proiettiamo all’esterno.

Poi noi crediamo all’illusione che il tempo esista anche indipendentemente da noi.

A questo si aggiunge la cultura occidentale figlia dal pensiero filosofico greco, da Parmenide in poi, immaginiamo il flusso del tempo sempre lineare e in un’unica direzione. Crediamo che il tempo corra dal passato verso il futuro e non consideriamo che nel punto che noi chiamiamo presente si incontrano sia il passato che il futuro.

Questo rapporto difficilmente immaginabile può esser reso evidente dalla seguente analogia.

Noi immaginiamo il corso del tempo come una linea diritta, un capo della quale corre in direzione passato, mentre l’altra estremità si chiama futuro.

Passato →Presente→Futuro

Ora noi sappiamo però dalla geometria che in realtà non esistono linee parallele, perché la curvatura sferica dello spazio fa si che ogni linea diritta, se noi la prolunghiamo all’infinito, si chiude in un cerchio (teoria di Riemann).

Quindi in realtà ogni linea dritta è la sezione di un cerchio. Se noi trasferiamo questa conoscenza alla nostra asse del tempo, come l’abbiamo sopra descritta, vediamo che le due direzioni passato e futuro si incontrano nel cerchio.

Questo vuol dire: noi viviamo sempre in funzione del passato, o il nostro passato è stato determinato dal nostro futuro.

Se noi applichiamo a questo modello la nostra concezione di causalità, il problema che abbiamo discusso all’inizio diviene immediatamente chiaro: la causalità si muove in entrambe le direzioni verso ogni punto, esattamente come fa il tempo.

Pensieri come questo non sono più difficili da capire del fatto, per noi ormai naturale, che volando intorno al mondo si ritorna al punto di partenza, sebbene ce ne allontaniamo sempre più.

Negli anni Venti di questo secolo l’esoterista russo P.D. Ouspensky, nel suo commento visionario alla quattordicesima carta dei tarocchi (la temperanza), accennò al problema del tempo con queste parole: “Il nome dell’angelo è il tempo, disse la voce. Sulla sua fronte c’è il cerchio, segno di eternità e segno di vita. Nelle mani dell’angelo ci sono due boccali, d’oro e d’argento. Un boccale è il passato, l’altro è il futuro. L’arcobaleno tra i due boccali è il presente. Vedi bene che esso scorre in entrambe le direzioni. Questo è il tempo nel suo aspetto incomprensibile per l’uomo. Gli uomini pensano che tutto scorra incessantemente in un’unica direzione. Non vedono che tutto si unisce eternamente, che uno viene dal passato e l’altro dal futuro, e che il tempo è una molteplicità di cerchi, che ruotano in diverse direzioni. Cerca di capire questo mistero e impara a distinguere le correnti opposte nell’arcobaleno del presente “.

(Ouspensky: ” Un nuovo modello dell’universo”) 1.

Anche Hermann Hesse affrontò ripetutamente nelle sue opere questo tema del tempo. Così per esempio fa dire a Klein – nel suo romanzo Klein e Wagner – nell’imminenza della morte: “È bene che questa conoscenza sia venuta quando non c’è più tempo. L’uomo è separato da tutto ciò che desidera sempre e soltanto dal tempo”.

Nella sua opera poetica ” Siddharta ” Hesse tratta il tema dell’atemporalità in molti punti.

Una volta gli chiese: ” Hai appreso anche tu quel segreto del fiume: che il

tempo non esiste? “. Un chiaro sorriso si diffonde sul volto di Vasudeva. ” Si, Siddharta “, rispose. ” Ma è questo ciò che tu vuoi dire: che il fiume si trova ovunque in ogni istante, alle sorgenti e alla foce, alla cascata, al traghetto, alle rapide, nel mare, in montagna, dovunque in ogni istante, e che per lui non vi è che presente, neanche l’ombra del passato, neanche l’ombra dell’avvenire? “. E Siddharta disse: ” Si, questo “. E quando l’ebbi appreso, allora considerai la mia vita e vidi che è anch’essa un fiume, vidi che soltanto ombre, quindi nulla di reale, separano il ragazzo Siddharta dall’uomo Siddharta e dal vecchio Siddharta. Anche le precedenti incarnazioni di Siddharta non

furono un passato, e la sua morte e il suo ritorno a Brahma non sono un avvenire. Nulla fu, nulla sarà: tutto è, tutto ha realtà e presenza.

Se gradualmente ci rendiamo conto che tempo e linearità non esistono al di fuori della nostra coscienza, anche il modello della causalità non risulterà più così assoluto.

Risulta infatti che anche la causalità è soltanto un modo soggettivo di considerare dell’uomo, o, come diceva David Hume, “una necessità della coscienza”.

In effetti non c’è motivo di considerare il mondo in termini non causali – ma non c’è neppure motivo di interpretarlo causalmente.

La domanda determinante non è: giusto o sbagliato? Ma eventualmente: adatto o inadatto?

Considerando da questo punto di vista, risulta che la causalità si rivela adatta molto più raramente di quanto oggi in genere si pensi.

Ovunque noi abbiamo a che fare con aspetti relativamente piccoli del mondo e tutte le volte che gli eventi non si sottraggono al nostro sguardo, i nostri concetti di tempo, linearità e causalità rendono bene giustizia alla vita quotidiana.

Se però la dimensione cresce o si eleva il livello di una domanda, la causalità porta più a conclusioni insensate che alla conoscenza.

La causalità necessita infatti sempre di una conclusione ben stabilita. Nel pensiero causale ogni manifestazione ha una causa, motivo per cui non solo è permesso ma è anche necessario interrogarsi sulla causa della causa.

Questo processo porta a indagare la causa della causa della causa – ma purtroppo non conduce mai a una conclusione.

La causa prima di tutte le cause non potrà mai venir trovata: essa di fatto non esiste.

Potremmo attraverso questa catena di cause arrivare fino a trovare una causa delle cause nel Big Bang, ma ecco che anche li dovremmo poi immediatamente andare a cercare la causa del Big Bang e così via…

Che diritto abbiamo di assegnare ad un qualunque anello di una catena la causa di tutto?

O a un certo punto si smette di porre domande, o si arriva a una domanda senza risposta, che non può avere più senso della famosa domanda se sia nato prima l’uovo o la gallina.

A seguito di queste considerazioni, dunque, il concetto di causalità nella vita quotidiana può al massimo essere utilizzabile come funzione ausiliatrice del pensiero, ma è totalmente insufficiente e inutilizzabile come strumento per comprendere e Vedere la Realtà superiore di rapporti scientifici, filosofici e metafisici.

Il convincimento che esistano rapporti causali è sbagliato, perché si basa sul presupposto della linearità e del tempo.

Se però ammettiamo che la causalità potrebbe essere un possibile (e quindi imperfetto) modo soggettivo di considerare dell’uomo, allora diventa di nuovo legittimo applicarla là dove ci appare utile nella nostra vita.

L’insistere nell’interpretazione esclusivamente causale ha enormemente limitato il nostro modo di vedere.

Nel campo della scienza è stata la fisica quantistica che ormai, ha messo abbondantemente in discussione la concezione causale.

Infatti Werner Heisenberg ha detto “che in ambiti spaziotemporali minimi, ovvero dell’ordine di grandezza delle particelle elementari, spazio e tempo scompaiono in maniera tutta particolare, in modo cioè che non è più possibile definire esattamente neppure i concetti di prima o dopo. Nelle grandi dimensioni non cambierebbe naturalmente niente della struttura spazio/tempo, però bisognerebbe tener conto della possibilità che esperimenti condotti in ambiti spazio-temporali minimi potrebbero mostrare che certi processi si svolgono col tempo che scorre al contrario da

quello previsto dalla causalità “.

Heisenberg si esprime chiaramente ma con prudenza, perché come fisico limita le sue osservazioni a ciò che si può osservare.

Tuttavia queste osservazioni si inseriscono perfettamente in quella visione delle cose che le più antiche dottrine di Saggezza di tutto il mondo hanno da sempre indicata.

L’osservazione delle particelle elementari avviene in un territorio di confine del nostro mondo dominato da spazio e tempo – e ci troviamo per così dire al ” luogo di nascita della materia “.

Qui, come dice Heisenberg, spazio e tempo spariscono.

Prima e dopo diventano invece sempre più evidenti via via che si penetra nella struttura più vasta e più grossolana della materia. Se però ci moviamo nell’altra direzione, si perde subito la possibilità di distinguere nettamente tra spazio e tempo, prima e dopo, finché infine questa separazione svanisce del tutto e arriviamo là dove dominano unità e inseparabilità.

Qui non c’è né spazio né tempo; qui domina l’eterno qui e adesso.

Qui troviamo il punto che tutto contiene e che tuttavia viene chiamato ” nulla “.

Tempo e spazio sono le due coordinate che reggono il mondo della polarità, il mondo dell’illusione, il velo di Maja: prendere coscienza della loro non esistenza è premessa indispensabile per poter raggiungere l’Unità.

In questo mondo polare la causalità è una prospettiva della nostra coscienza, un modo di interpretare gli eventi, è il modo di pensare dell’emisfero cerebrale sinistro.

L’emisfero destro però non conosce alcuna causalità, ma pensa in maniera analogica. Con l’analogia troviamo un secondo modo di considerare, opposto alla causalità, un modo che non è più giusto o più sbagliato, migliore o peggiore, ma che costituisce il necessario completamento dell’unilaterale causalità.

Soltanto tutti e due insieme – causalità e analogia – possono creare un sistema di coordinate in cui il nostro mondo polare può essere interpretato in modo significativo.

Come la causalità rende evidenti rapporti orizzontali, così l’analogia segue (verticalmente) principi originari attraverso tutti i piani delle loro manifestazioni.

L’analogia non cerca rapporti d’azione, ma si orienta in base all’identità del contenuto nelle diverse forme. Se nella causalità il rapporto temporale è espresso con un ” prima “/”dopo “, l’analogia vive in base alla sincronicità.

Se la causalità porta a differenziazioni sempre più evidenti, l’analogia riunisce la molteplicità in modelli unitari.

L’incapacità della scienza di pensare in maniera analogica la costringe ad indagare sempre di nuovo le leggi su tutti i piani. La scienza non osa e non può, trovata una legge, compiere astrazioni in modo che questa legge possa essere considerata per analogia come principio valido su tutti i piani. Essa per esempio studia la polarità nell’elettricità, in campo atomico, negli emisferi cerebrali e in mille altri campi: e ogni volta lo fa di nuovo, senza tener conto degli altri campi e di quanto è stato qui scoperto.

L’analogia sposta l’angolatura di novanta gradi e pone le forme più diverse in un rapporto analogico, scoprendo in tutte lo stesso principio di base.

Un simile modo di vedere divide il mondo in componenti archetipiche, e considera i diversi modelli formati dagli archetipi.

Questi modelli si ritrovano per analogia in tutti i piani delle forme di manifestazione – come in alto, così in basso.

Questo modo di vedere deve essere appreso esattamente come quello causale.

Esso dischiude però un lato totalmente diverso del mondo e rende visibili rapporti e modelli che per l’occhio abituato alla prospettiva causale sono invisibili.

Come i vantaggi della causalità si trovano nell’ambito della funzionalità, l’analogia ha il merito di far divenire trasparenti i rapporti a livello di contenuto.

Grazie alla causalità, l’emisfero sinistro può sezionare e analizzare molte cose, però non riesce ad afferrare il mondo come Tutto. L’emisfero destro deve a sua volta rinunciare alla capacità di controllare gli eventi di questo mondo, però sa vedere il Tutto, la forma, ed è quindi in condizione di far propri i Significati.

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